Il Sole 24 Ore, 6 maggio 2007
di Goffredo Fofi
Rispuntano i cantastorie che credevamo estinti negli anni ’70, e riescono a emozionare i lettori più smaliziati. Il siciliano Vincenzo Rabito e soldati sardi di Giacomo Mameli.
“Terra matta”, diario di un ragazzo del ’99.
“La ghianda è una ciliegia”, epopea di un piccolo villaggio.
La storia delle “classi subalterne” è solitamente molto più animata e complessa di quella delle classi dirigenti e degli intellettuali, anche se a saper controllare i mezzi della scrittura sono coloro che hanno studiato e non i semianalfabeti che, quando scrivono, scrivono “male” dal punto di vista della grammatica e della sintassi anche se hanno tanto da dire. Accade così molto spesso che ci siano degli intermediari, degli “alfabetizzati” che raccolgono le storie degli analfabeti o semianalfabeti e le “traducono” in modo da renderle comprensibili ai comuni lettori. La storia della letteratura moderna è piena di esempi che raccolgono singole persone e storie, dal dimenticato e precursore Memorie di una contadina di Tolstoj a Fino al giorno del giudizio di Heléna Poniatowska, oppure famiglie come I figli di Sànchez di Oscar Lewis, o categorie e gruppi sociali definiti come le Autobiografie della leggera di Danilo Montaldi o i libri di Danilo Dolci e di Nuto Revelli, fino a quelli di Rina Gatti tra letteratura, sociologia, antropologia e storia orale.
Oggi due libri percorrono le due differenti maniere di porsi all’ascolto degli “illetterati”. Il primo, e più clamoroso, è il caso del siciliano Vincenzo Rabito, il cui massiccio dattiloscritto fu inviato dopo la sua morte da uno dei suoi figli, ormai più che scolarizzato, al premio di Pieve Santo Stefano voluto da Saverio Tutino. Rabito era morto 82enne nel 1981 senza concludere il minuzioso racconto di una vita ricca di avventure determinate dalla grande storia (la Prima guerra mondiale fatta da ragazzo del 99, la campagna d’Africa, la Seconda guerra mondiale) e dalla storia piccola e comune dell’arte di arrangiarsi in un contesto di scarsità. Quella che Rabito racconta con epica semplicità e con bella capacità di sintesi, sapendo scegliere e accentuare gli episodi veramente significativi della sua esperienza, è una vita comune, e però comunemente “avventurosa” come accade nell’ambiente dei non privilegiati costretti dalla fame o dalla storia a confrontarsi con i massimi problemi dell’esistenza, anzi della sopravvivenza. La sua autobiografia potrà servire agli specialisti come una fonte di riflessioni sulla storia del secolo vista dagli occhi di una maggioranza: dalla “zona grigia”, che può anche essere tra le più colorate e complesse che vi siano, di chi non reagisce alla storia e cerca semmai di assecondarla periodo per periodo, facendosi «giunco» quando passa la piena. Rabito è di volta in volta fascista, socialista, democristiano, ma con molta chiarezza sui perché, che sono sempre uno, la sopravvivenza, la migliore possibile per quelli come lui. Per esempio, «era fascista, e tutte i fasciste doviammo essere rofiane, perché l’ebica era miserabile. E doveva fare lo rofiano per forzza, perché altremente si poteva morire di fame». Le avventure e disavventure private e pubbliche del nostro antieroe, che però rischia spesso la pelle dentro un’«ebica» più volte miserabile, sono istruttive, e soprattutto appassionanti: pezzi di realtà senza le mediazioni del narcisismo in cui cadono spesso i colti quando si raccontano, pezzi di realtà assoggettati alla necessità come nel romanzo picaresco o nelle sue derivazioni migliori da Defoe a Fielding.
Cronista di se stesso e del suo tempo, Rabito ha il pregio di una istintiva e coraggiosa oggettività, lucidità, crudeltà. Le sue memorie fanno discutere più per la loro qualità letteraria che per il loro contenuto. Ha scritto su una vecchia macchina da scrivere pagine e pagine dove ogni parola è divisa dall’altra da un punto, inventando una lingua scritta che rispetta ma anche mira a precisare l’orale, aspramente barocca e fiorita, nutrita dal dialetto. Due esempi quasi a caso: «E così fenio la desonesta vita mia de militare, e ora comincia la desonesta vita di Vincenzo Rabito di borghese, che ene più disonesta di quella che io aveva fatto militare», «Poi, mi ho fatto amico con un camionista che facevini intrallazzo e comprava campagni campagni e poi li antava a ventere a Catania. Così io comperava 2,4, tumina di crano, e poi io li venteva…». Tutto il libro è altrettanto sorprendente. E però anche faticoso. Ci si chiede alla fine se non valesse la pena, per i due ottimi trascrittori, di italianizzare un po’ di più. E’ un paradosso, leggere Dante nelle trascrizioni che ce lo accostano e ne facilitano la comprensione ed essere invece così filologicamente corretti verso il manoscritto di un contemporaneo. Ma si conclude che ne valeva la pena, e che il grande fascino di Terra matta sta soprattutto nella sua lingua.
Le storie di vita che ci offre Giacomo Mameli in La ghianda è una ciliegia sono 14, di diversa intensità e lunghezza, e sono state italianizzate anche perché, raccolte al registratore ed essendo per di più testimonianze di persone anziane o molto anziane, si presume siano state dette in sardo, e nel dialetto del curatore e degli intervistati, Perdasdefogu (o Foghesu per i suoi abitanti). L’autore sa rispettare le diverse individualità e i diversi linguaggi e caratterizzare ciascuno dei racconti con abilità di scrittore, più che di giornalista o di storico, e così queste vite sono tutte di grande interesse: contadini, pastori, donne che parlano in particolare del loro rapporto con la guerra o le guerre, perché qui si va dalla Prima alla Seconda mondiale, e dall’Africa all’Albania e alla Russia, e grazie alle esperienze di prigionia, fino agli Usa e all’India. Molti dei racconti sono politicamente connotati, di persone che hanno fatto scelte di campo precise: sardisti, fascisti, comunisti, democristiani, persone che hanno voluto reagire attivamente alla storia e alla loro condizione. Ci sono anche storie di donne antifasciste confinate a Perdasdefogu. A fare però da motivo conduttore sembra essere l’esperienza più cruciale tra tutte quelle qui raccontate, della campagna di Russia. Sono vite e storie dure e belle, nelle quali, al fronte, gli abitanti di Foghesu o i sardi si cercano e trovano tra di loro. Sono narrate da chi è cresciuto attraverso esperienze dure e durissime, conquistando nelle difficoltà una genuina saggezza. Il loro “traduttore” Mameli si comporta diversamente dai “traduttori” di Rabito, “traduce” molto di più, ma il suo fine è simile e altrettanto degno. Il titolo ha un preciso significato: «noi diciamo che in tempo di fame anche la ghianda è una ciliegia».
Vincenzo Rabito, Terra matta, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci, Einaudi, Torino, pp. 412, € 18,50
Giacomo Mameli, La ghianda è una ciliegia, Cuec, Cagliari, pp. 346, € 16,00.


















