La Nuova Sardegna, 18 luglio 2007
di Roberto Paracchini
Presentato il libro «Scienziati di ventura»: 20 vicende umane e professionali dimostrano come nell’isola non regni la meritocrazia
«L’arte sono io, la scienza siamo noi» ricorda spesso il neurofarmacologo Gian Luigi Gessa citando l’endocrinologo Claude Bernard che sin dall’Ottocento capì che l’operare scientifico è fatto da grandi squadre di ricercatori e non dai singoli. E questo significa che per fare scienza occorrono le scuole, di eccellenza possibilmente. Ma per realizzarle c’è bisogno di anni e anni perché «queste sono composte da capitale umano», come ha sottolineato Gessa durante la presentazione del libro «Scienziati di ventura» (Cuec, 2007, pagine 147) di Andrea Mameli e Mauro Scanu, tenuta lunedì sera in piazzetta Savoia, a Cagliari. Un angolo del capoluogo diventato agorà per discutere delle scienze e dei suoi problemi, e di come creare quella massa critica di ricercatori bravi da poter dire che è nata una scuola, un luogo in grado di far crescere altri giovani. «In Sardegna - ha spiegato Gessa - i rari centri di eccellenza si sono realizzati senza l’aiuto delle istituzioni, ad opera di ricercatori che hanno riportato nell’isola il tesoro di conoscenze acquisite all’estero e lo hanno altruisticamente trasmesso ad altri giovani sardi». Da qui il disegno di legge regionale, presentato dal neuroscienziato (che è anche consigliere per Progetto Sardegna) e che sarà discusso a breve dall’assemblea che governa l’isola. Un’ipotesi che parte dalla considerazione che le scienze si fanno nel mondo e che è importante formarsi dove operano i laboratori d’eccellenza. E qui interverrà la Regione con borse di studio post laurea. Poi «con contratti pluriennali bisognerà cercare di far rientrare questi giovani - ha affermato Gessa - ma senza disperarsi se alcuni resteranno fuori: potranno diventare lo zio d’America ed aiutare altri giovani sardi a formarsi». La strada, però, è lunga. E anche in consiglio regionale «c’è chi vorrebbe snaturare la legge derogando al rigore e abbassando troppo la soglia di merito di coloro che potrebbero accedere alle borse di studio».
Intanto i cervelli fuggono, come dimostrano le venti storie raccontate da Mameli e Scanu: studiose e studiosi emigrati, ma con pochi rientri. Francesco Muntoni (già allievo di Gian Luigi Gessa), ad esempio, avrebbe voluto tornare ma non ce l’ha fatta. Attualmente è a Londra dove dirige un laboratorio per le malattie neuromuscolari infantili, considerato punto di riferimento del settore in campo internazionale. «Lui voleva rientrare a Cagliari - spiega Gessa - ma la sua preparazione era troppo ingombrante, nel senso che avrebbe fatto troppa ombra e allora è stato tenuto fuori». Muntoni è anche molto amico del genetista Francesco Cucca, uno dei pochi che è riuscito a tornare e che oggi insegna all’università di Sassari. «Occorre - spiega Cucca - uscire dall’autoreferenzialità, non esistono ricette magiche ma bisogna lavorare per creare condizioni che permettano ai giovani di fare ricerca e di poter vivere. Ma attenzione, essere stati fuori non significa automaticamente diventare bravi. Dipende dal laboratorio in cui sei stato». Ed è questo uno dei problemi che preoccupano Gessa: teme che la sua legge venga annacquata aumentando a dismisura le persone che dovrebbero andare all’estero, «mentre i laboratori d’eccellenza non sono tanti».
Gli scienziati sardi «di ventura» sono numerosi e operano anche in discipline non considerate «dure» (come la matematica e la fisica). Tra questi, ad esempio, c’è Carla Pittalis che vive oggi in Turchia dove ricopre un importante incarico alla Banca Mondiale: contribuisce a gestire progetti per cinque miliardi di dollari all’anno e ha solo 34 anni. E c’è anche Carlo Rubattu che per tredici anni ha svolto a Londra l’attività di analista finanziario, poi ha fondato una propria società di produzione di software, la Visokio, specializzata in visualizzazione di dati. All’estero, ha raccontato nel libro, «è normale vedere giovani in posizione di responsabilità e fare velocemente carriera all’interno di aziende multinazionali». In Italia e in Sardegna, no: tanto meno nelle università. Secondo dati ministeriali il quaranta per cento dei docenti d’ateneo ha almeno 60 anni, mentre quelli di ruolo al di sotto dei 35 anni sono, in tutto il territorio nazionale, solo nove.
Tra chi è rientrato c’è anche Giuseppe Pilia (già allievo di Antonio Cao). Nonostante sia morto nell’aprile del 2006 a soli 43 anni, aveva già creato una scuola. Era riuscito a mettere in piedi un progetto, il Progenia, interamente finanziato dagli Usa, per lo studio genetico della popolazione dell’Ogliastra. Un’impresa scientifica che continua. Un esempio da imitare.
















