da L’Unione Sarda del 12 febbraio 2011
di Luciano Carta
La Sardegna spagnola nell’intrigante romanzo di Pietro Maurandi, economista e storico.
Quando a Cagliari nell’estate del 1668 furono uccisi il marchese di Laconi e il vicerè di Spagna.
Il racconto si apre con il sibilo di tre colpi di archibugio sparati contro don Agustin de Castelvì, che viene poi finito a stilettate da “due sicari” prezzolati nella “carrer Mayor” del quartiere di Castello. È la notte tra il 20 e il 21 giugno 1668. Uno dei sicari proviene dal villaggio dei pescatori di San Avendras. Inizia con la descrizione di questa squallida figura di sicario, certo Antoni Ghiani, la delineazione plastica e sempre partecipata di numerosissimi popolani della Cagliari dei sobborghi, che costituiscono, insieme alla descrizione degli ambienti e dei luoghi, uno dei valori aggiunti del romanzo di Pietro Maurandi “Hombres y dinero. Storia di passioni, congiure e delitti nella Sardegna spagnola” (Cuec, 352 pagine, 16 euro).
Tra questi personaggi è necessario ricordarne alcuni, perché essi costituiscono l’anima e il sale del racconto; è attraverso questi popolani che il romanzo storico diviene al tempo stesso romanzo di costume, racconto di un appassionato coinvolgimento corale del popolo cagliaritano in quella che è stata ingiustamente considerata una vicenda che ha interessato solo il mondo chiuso dell’alta nobiltà feudale. È soprattutto attraverso questi personaggi popolari che Maurandi riesce a dimostrare che la vicenda non interessò solo il ceto nobiliare, ma coinvolse l’intera “nazione” sarda.
Personaggi vivacemente delineati e protagonisti nell’azione, come Antonio, “il bastaxiu stampacino più forte di Caller”. Grande ammiratore del marchese di Laconi don Agustin de Castelvì, «era scrupoloso e attento sul lavoro […], era educato con tutti, gli piaceva parlare con la gente, parlava senza difficoltà con nobili e signori, con preti e contadini, non c’era differenza per lui, solo con le donne era un po’ intimidito e non sapeva bene come comportarsi». Oppure come Raimundo, lo squattrinato studente in Medicina, originario di Villamar, che “abitava una stamberga della Marina”; o le numerose figure popolane femminili, come Maria, la vagheggina di Antonio; ancora, il dottor Deonetto, l’avvocato “piccolo e curvo”, versatissimo nella conoscenza della legislazione sarda e della storia del Parlamento del regno, consigliere nato dei nobili dello Stamento militare, ascoltatissimo da don Agustin de Castelvì. Oppure il giovane archivista della Reale Udienza Pasqual, geloso custode e conoscitore puntuale delle cause del supremo tribunale del regno, che è il personaggio del popolo cui Maurandi affida la ragionata narrazione del “delitto politico” di don Agustin all’altro personaggio-chiave che compare all’inizio del romanzo: quel don Juan Herrera giurista napoletano, chiamato dal nuovo viceré duca di San German, per ribaltare le conclusioni della prima istruttoria predisposta dalla Reale Udienza sull’assassinio di don Agustin de Castelvì e del viceré, che aveva accreditato la tesi del delitto politico, per “costruire” il nuovo processo sulla base del movente “passionale”.
Rientrato in Sardegna alla fine di maggio 1668, don Agustin de Castelvì fu assassinato, per i motivi politici insiti nella sua missione e nella sua determinazione, nella notte tra il 20 e il 21 giugno; ancora per motivi politici e anche di vendetta privata, secondo i canoni etici di allora, in quanto ritenuto responsabile della morte di don Agustin, il 21 luglio fu assassinato il viceré Camarassa. Questa, almeno, fu la conclusione dell’istruttoria processuale fatta dalla Reale Udienza tra l’estate e l’autunno. Don Agustin era tornato da Madrid portandosi dentro un’altra sconfitta. Con una lettera anonima gli era stato rivelato che la moglie venticinquenne, donna Francisca Zatrillas marchesa di Siete Fuentes, se la intendeva con un rampollo della famiglia Aymerich, il ventunenne don Silvestre.
È a questo punto che nel romanzo con la vicenda politica s’intreccia, mirabilmente raccontata dall’autore con la tecnica del contrappunto, la vicenda passionale. Raccontata con tatto e delicatezza, delinea un affresco vivace e affollato della società dell’epoca: le viscerali contrapposizioni tra le figure femminili delle grandi casate feudali; la saggezza e gli intrighi delle popolane dei sobborghi; l’esistenza grama del popolo di Stampace, Marina e Villanova contrapposta a quella dei “signori” del Castell; la vita violenta e gaudente dei rampolli della nobiltà; la vita degli artigiani dei sobborghi organizzati nei gremi; la vita non sempre esemplare delle numerose fraterie cittadine; le inquietanti trame di fra’ Jorge, confessore di donna Francisca, che tradirà il segreto confessionale rivelando alla marchesa di Villasor, grande nemica dei Castelvì e di donna Francisca, il suo amore per don Silvestre, elemento su cui verrà interamente costruito l’impianto del delitto passionale. Una delicata storia d’amore, che, perfidamente fatta assurgere a causa di due delitti politici, continuerà a intrecciarsi con la fedeltà assoluta alla “causa di Sardi” sia in donna Francisca che in don Silvestre.
Con l’assassinio di don Agustin e del viceré Camarassa, la ribellione dei Sardi contro l’assolutismo spagnolo non fu domata. Essa continuò, capeggiata dal mite don Jayme Castelvì, marchese di Cea. Il libro di Maurandi non è solo una bellissima rievocazione letteraria dei due delitti, ma vuole essere anche l’affermazione di un continuum storico del popolo sardo nella rivendicazione del diritto all’autogoverno lungo i secoli, dall’età giudicale all’età moderna e all’età contemporanea; una dimostrazione che la Sardegna, lungi dall’essere una lontana periferia dell’Europa, ha sempre vissuto all’unisono con i popoli dell’Europa, i problemi propri di ogni epoca, insieme ai suoi più specifici problemi.
















