Intervista a Gianni Olla di Enrica Anedda

Pubblicata www.cinemecum.it, dicembre 2008

ollaIl recensore lo ha definito “il libro di una vita”. E tanto ci vorrebbe per leggerselo tutto questo gustoso testo scritto da Gianni Olla e incentrato sulla cinematografia sarda. Dai documentari del primo Novecento fino alle schede sui giovani registi emergenti. L’intervista. di E. A.

Per questo Natale i lettori di “Cinemecum” possono scegliere di fare un regalo diverso “Da Lumière a Sonetàula, 109 anni di film, documentari, fiction inchieste televisive sulla Sardegna” il nuovo libro di Gianni Olla, pubblicato dalla Cuec, da oggi in tutte le librerie della Sardegna.
Centinaia di schede di film, precedute da brevi saggi tematici dell’autore, distribuite in quattrocento pagine patinate, arricchite di fotografie sul set, che offrono uno spaccato interessantissimo del cinema in Sardegna dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Sul retro della copertina si legge “Il libro di una vita, dove l’autore potrebbe dire, con Giuseppe Dessì, di sentirsi al centro dell’universo come un astronauta”.

Una cosa è certa: Gianni Olla è sempre stato al centro del cinema sardo. Con i suoi studi, i molteplici interessi culturali espressi nelle sue numerose pubblicazioni sul cinema, ma soprattutto grazie alla sua vivace e pratica intelligenza, ha dato un contributo notevole allo sviluppo del cinema in Sardegna. Le sue opinioni, insieme a quelle di pochi altri critici sardi, sono da sempre un punto di riferimento importante e i suoi suggerimenti davvero preziosi per i progetti e le rassegne delle associazioni cinematografiche sarde. Anche “Cagliari in corto” nacque a seguito di una chiacchierata con il critico, che suggerì di fare un concorso incentrato sulla città. E’ sconsolante constatare che la generazione di Sergio Naitza e di Gianni Olla, se si eccettuano Antioco Floris e la nostra Elisabetta Randaccio, non abbia lasciato eredi. Ed è Olla amaramente a commentare: “Forse oggi i giovani hanno perso il gusto per lo studio e il piacere per lo scrivere, preferiscono prendere la telecamera in mano. Anche se non tutti hanno il talento per farlo…”.

Come nasce la sua passione per il cinema?
Penso che tutti coloro che come me hanno più di cinquanta anni siano legati in modo particolare al cinema, io ci andavo spesso con mio padre che mi portava a vedere i film americani. Il mio primo articolo a pagamento sull’Unione Sarda l’ho scritto a 23 anni su un regista cileno, ma già da prima scrivevo le schede dei film su “Tutto quotidiano”. Sono un autodidatta e ho unito la passione per il cinema a quella per la scrittura che già avevo al liceo, quando mi capitava di scrivere lettere all’Unione Sarda, una delle quali, nel periodo della contestazione studentesca, mi venne pubblicata, con mio grande stupore e anche dei miei professori. Poi ho anche iniziato a organizzare rassegne per l’associazione “Cineforum” che si tenevano nella sala dei Gesuiti di Cagliari.

Perché questo titolo: “Dai Lumière a Sonetàula?”
Perché le prime immagini cinematografiche girate in Sardegna risalgono al 1899 ad opera di un collaboratore dei fratelli Lumière. Un filmato di cinque minuti che racconta il viaggio di Umberto I e la moglie in Sardegna. Emblematico perché dimostra che anche la Sardegna è rimasta coinvolta nella cinematografia sin dai primi momenti di nascita del cinema. Sonetàula è invece l’ultimo film inserito nel libro prima di chiuderlo. Il testo vuole raccontare il novecento sardo e soprattutto il dopoguerra. Mancano le schede dei filmmakers attuali. Di questi ultimi ho inserito solo alcuni film che hanno ottenuto circolazione, come il “Passeggero” di Coda e “Alice” di Marcias. Autori che oramai contano nel cinema sardo e che meritavano uno spazio.

Nel libro ci sono tante chicche come una scheda su “Francesco d’Assisi” film di Michael Curtiz (il regista di “Casablanca”) che ha fatto tappa a Santa Giusta.
L’ho scoperto per caso dai titoli di coda del film, dove c’erano i ringraziamenti per l’amministrazione di Oristano. Ci sono tanti altri film girati in parte in Sardegna, come un film su Che Guevara, per esempio, e tanti altri che il lettore potrà scoprire sfogliando il libro.

Nella prefazione si legge che il suo libro arriva alla soglia del cambiamento del cinema. Cosa intende?
Oggi c’è una mutazione completa del cinema. Oramai ci sono centinaia di persone che fanno video, che si scambiano informazioni e opinioni via internet, tante rassegne e concorsi. Il mio non è un libro sul panorama contemporaneo. Ma è uno studio di sociologia del cinema riguardante il Novecento in Sardegna.

In tutte le schede oltre al suo parere sono inserite anche le recensioni di altri autori. Tranne che per Sonetàula. Cosa pensa del film di Mereu?
Le schede di “Sonetàula” e “Tutto torna” sono state aggiunte alla fine. “Sonetàula” mi è piaciuto molto. Dimostra una capacità d’ autore, che pone Mereu come il regista di punta della Sardegna. Forse il film è troppo ellittico, come hanno sostenuto in molti, ma sono stato sedotto. Allo stesso modo mi hanno sedotto alcuni film di De Seta. “Banditi a Orgosolo” è il più bel film girato in Sardegna. “Sonetàula” è un punto provvisorio di arrivo.

Cosa si aspetta dagli altri registi sardi? Su chi conta maggiormente?
Mi aspetto molto da quelli che ancora non sono nessuno, come Marcias, che è ancora giovane. Mi aspetto molto dal film di Giovanni Columbu “Su Re” che cito nel libro. Anche da Marco Antonio Pani, sperando che abbia la possibilità di fare delle cose in Sardegna anche ora che vive all’estero. Da tutti, compreso Pitzianti. Che finalmente ha parlato di Cagliari come di una metropoli, che è poi il modo in cui la vivono i cagliaritani. Mi piace che nel film abbia dato di Cagliari l’idea locale unita con l’idea metropolitana. Tanto che il film è stato apprezzato anche fuori dalla Sardegna. Cosi come è piaciuto a tanti miei amici non sardi anche “Jimmy della Collina”, proprio perché sono film che finalmente raccontano una Sardegna diversa e moderna.

Dal suo libro emerge che la Regione nel tempo ha favorito le produzioni cinematografiche in Sardegna.
Le istituzione sarde hanno sempre usato il cinema come strumento di promozione, così come è stato soprattutto nel periodo fascista. Tutto questo ha lasciato un prezioso contributo alla conoscenza della storia della nostra terra. I documentari del dopoguerra rappresentano oggi un repertorio estremamente interessante. Nei documentari fascisti si percepisce chiaramente la curiosità degli operatori per la Sardegna, per i volti degli anziani, per le donne ancora vestite in costume. Uno dei più interessanti del dopo guerra è un documentario sulla campagna antimalarica degli americani che mostra un mondo, quello sardo dell’interno, lontano anni luce dal resto dell’occidente.
Anche Monicelli quando negli anni ’50 girò in Sardegna “Proibito” si entusiasmò per questa terra senza tempo che ha sempre affascinato anche i fotografi. Oggi, in parte è ancora così, abbiamo la vasca idromassaggi a casa, ma nelle campagne vediamo ancora i contadini spostarsi con l’asino. Cagliari, invece, è ancora poco conosciuta, la Cavani nella sua visita recente in città, è rimasta impressionata da questa bella città mediterranea; della Sardegna infatti conosceva solo il suo lato “polinesiano” del nord.

E oggi la Regione Sardegna, secondo lei, sta facendo abbastanza per il cinema?
Ha fatto uno sforzo straordinario, ma la legge oggi è morta; non tutte le ciambelle vengono con il buco, la legge deve essere modificata e resa più agibile. E’ arrivata l’ora che i registi sardi si “normalizzino” e si rendano indipendenti dagli obblighi identitari e istituzionali, affinché raccontino davvero quello che hanno dentro, le loro esperienze e storie di vita, che possono essere simili a tante altre, ambientate in ogni parte del mondo.