La Sardegna raccontata dalle “theraccas”

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La Nuova Sardegna del 14 maggio 2015
“Le ragazze sono partite” di Giacomo Mameli sarà presentato oggi, nella giornata che inaugura la rassegna torinese

di Costantino Cossu

Dopo “La ghianda è una ciliegia”, “Le ragazze sono partite”, appena pubblicato dalla Cuec, è la seconda opera tra memorialistica, analisi storica, indagine sociale e narrativa firmata Giacomo Mameli. Il libro sarà presentato oggi, nella giornata inaugurale del Salone del libro di Torino, alle 14.30 nello Spazio Book.

Perché l’idea di raccontare in un libro le storie delle “theraccas”, delle ragazze sarde che andavano a servizio in Continente?

«Per fare cronaca, per scandagliare un fatto sociale sottovalutato nonostante altri bei libri documentati usciti negli anni scorsi. Questi racconti nascono con l’osservazione di una donna di Foghesu che mi rimproverava di parlare solo dei maschi, di operai o di soldati. Aveva aggiunto: anche noi eravamo come i soldati, i militari rispondevano a marescialli e generali, noi rispondevamo a padrone e padroni perché tutti i poveri sono gente che vive a comando. Ho iniziato proprio con questa donna – Carrula, serva in foresta dall’età di otto anni – che mi ha raccontato la sua vita e ho continuato con le altre».

Che cosa racconta il libro della storia della Sardegna e della sua passata condizione di povertà e di marginalità?

«Bastano alcune istantanee delle testimonial del libro per fotografare l’arretratezza cronica sarda: analfabetismo oltre il 60 per cento, condizioni igieniche primitive con case senza acqua e senza fogne, assenza totale di lavoro per i maschi che andavano Oltralpe e oltre Oceano. Emerge, anche nel dopoguerra, una Sardegna-Biafra. Nel 1969 a Galtellì c’erano stati 67 casi di epatite virale. Il medico condotto di Lodè non prescriveva vitamine o antibiotici. Nelle ricette scriveva: un chilo di carne bovina. Pagava l’Eca, Ente comunale di assistenza, era la Caritas della pre Rinascita. Questo stato di cose l’ho documentato anche nei primi anni Settantanella Baronia di Siniscola».

Donne  giovanissime precipitate in un mondo altro rispetto alle comunità di partenza. Si trovano di fronte ad un dislivello antropologico molto forte. Come reagiscono?

«La ragazze si rendono conto che nei loro paesi di nascita non hanno alcuna speranza di cambiare una condizione sociale di estrema miseria. Il Continente era per loro la stessa terra promessa che oggi si rivela l’Occidente per i disperati che fuggono dal cuore dell’Africa o dell’Asia. Capiscono di vivere in una società di diseguali e cercano il riscatto col lavoro. È un rimbalzo improvviso dalla povertà alla ricchezza, da case dove non si mangiava ad abitazioni dei Parioli o di via della Spiga a Milano dove già si sprecava. Si sono sapute adattare. In questa accettazione di un nuovo status sono state versatili come nessuno avrebbe potuto immaginare. Com’è che una ragazza parte da Foghesu e a Roma, dopo solo pochi mesi di nuovi standard di vita, batte a macchina gli articoli di Tullio Kezich sul cinema? Sì, ragazze flessibili, senza invocare il jobs act. Le theraccas che lasciano il Gerrei o il Logudoro, e poi a Roma e Milano prima si diplomano e in alcuni casi si laureano, sono un esempio positivo di voglia riuscita, di emancipazione femminile che precede gli stessi movimenti femministi. Il femminismo si è concretizzato nell’aspirare – ottenendola – un’autonomia finanziaria premessa di fondo di indipendenza».

Donne che devono affrontare anche il problema della violenza di genere. Come?

«Tutte le ragazze del libro avevano e hanno un alto senso dell’onestà e del rispetto del proprio corpo. Siamo lontani anni luce da “Les bonnes” di Jean Genet. Le ragazze sarde nascono e crescono in famiglie moralmente sane, non hanno il virus né delle veline né delle olgettine, sono pulite dentro e tengono alto questo senso di autorispetto del proprio corpo. E sono solidali con le ragazze stuprate da padroni senza scrupoli che le mandano ad abortire in Tunisia con un sedicente viaggio premio. I buoni valori sedimentati nelle case della povertà si fortificano nei palazzi della Milano da bere o della Roma di piazza San Silvestro. E poi resta costante il legame con le famiglia: non con twitter ma con cartoline postali o lettere settimanali».

Come “La ghianda è una ciliegia”, anche questo libro ha un respiro corale. Come se la scrittura si mettesse all’ascolto e al servizio di chi non ha mai avuto voce…

«Resto un cronista, se non ascolto non so scrivere, non so inventare, non riuscirei mai a comporre un noir. Prendo appunti e decodifico rispettando forma grammaticale e sintattica dei protagonisti. Chi l’ha detto che la parlata di un vecchietto o di una donna nelle piazze di Pattada o di Arbus non abbia la stessa dignità lessicale e letteraria di quella di un giacca-cravatta di Piazza Affari? Il metodo è lo stesso de La ghianda è una ciliegia. I testi li rileggo agli interessati. E così, più che libri, diventano articoli lunghi».

Una adolescente sarda che oggi apra questo libro, può capire quel mondo? Cosa può imparare?

«Diverse giovanissime sarde che sperano nell’Erasmus – a Ghilarza e Jerzu, in gruppi di universitarie di Nuoro – hanno apprezzato nel libro la voglia di emancipazione delle ragazze del dopoguerra. Hanno capito che era potente anche il desiderio di conoscere altri mondi e altre genti, di fare esperienze diverse da quelle vissute sotto Monte Gonare o sotto Santa Vittoria di Esterzili. Erano già ragazze o donne di un mondo destinato a essere globale e non solamente nuragico».