La verità dei giudici inciampa e cade tra le pagine noir

da L’Unione Sarda, 14 gennaio 2009
di Maria Francesca Chiappe

Olita riporta con scrupolo da cronista gli atti del processo per poi virare di fantasia sul gran finale

Cambiano i nomi ma i personaggi sono perfettamente riconoscibili. La borsa del colonnello è la rilettura degli atti processuali sull’omicidio del colonnello della Guardia di Finanza Vittorio Vibaldi. Rilettura in termini difensivi: il tipografo cagliaritano Dante Lancioni, condannato all’ergastolo, è vittima di un complotto ordito da misteriosi personaggi che la vittima intendeva ricattare attraverso documenti compromettenti. E la vedova sapeva tutto: era stata minacciata per tirare in ballo Lancioni, il capro espiatorio.
L’autore del libro (Cuec 234 pagine, 12 euro) è un giornalista Rai, Ottavio Olita, profondamente convinto che Lancioni sia vittima prima di un errore giudiziario. Così ricostruisce gli atti processuali in chiave difensiva ma nel finale il giallo si fa romanzo puro. Non chiama i protagonisti col loro nome: Lancioni è Francesco Spadoni, la vedova Flaminia di Turi è Flavia Forte («mora, prosperosa, seducente), il colonnello è Bartolo Balli («lusso, spese elevate, gioielli, auto di grossa cilindrata, località esclusive»), l’avvocato Luigi Concas è Leone Testa, l’avvocato Carmelino Fenudi è Giuliano Deffenu, il capo della Squadra mobile Maria Rosaria Maiorino è Rosaria Simula (« questa città mi mancherà, si disse col magone di chi sta per trasferirsi»). Anche l’autore si ritaglia un ruolo, e non di secondo piano: è Nicola Auletta, un cronista che un tempo è stato un bravo giudiziarista, al quale l’avvocato Deffenu consegna il memoriale ricevuto chissà come da Lancioni-Spadoni, latitante dal giorno della conferma dell’ergastolo in Appello. Il giornalista legge, si convince che l’inchiesta ha molti punti oscuri, studia le carte e propone la sua idea: il delitto con gli ambienti cagliaritani non c’entra nulla, la vicenda è legata alle attività illecite di Vibaldi-Balli nel periodo in cui dirigeva la polizia tributaria a Bergamo ed era stato condannato per corruzione e concussione. Intendeva ricattare qualcuno ed è stato ucciso.
E allora, nella ricostruzione di Olita-Auletta, la moglie di Vibaldi-Balli consegna al tipografo cagliaritano una busta non con centinaia di milioni di lire – soldi per i quali secondo la sentenza ormai definitiva Lancioni ha ucciso l’amico – bensì documenti. Quelle carte servono al colonnello per tenere in pugno misteriosi personaggi con cui ha avuto contatti in Lombardia, prima del trasferimento a Cagliari e prima dell’arresto. Dal carcere di Peschiera chiede alla moglie di consegnarli al tipografo il quale, senza nulla chiedere («Aveva deciso di aiutare il suo amico in carcere e pensava fossero documenti utili alla sua difesa dalle gravi accuse che lo avevano portato in cella»), li prende e custodisce. Poi, quando il colonnello torna a Cagliari, libero, glieli restituisce.
Senza soldi, dunque, non c’è un movente per il delitto, e tutti gli altri gravi indizi che hanno portato alla condanna di Lancioni-Spadoni sono frutto di un complotto nel quale la vedova, minacciata dagli assassini del marito, ha il preciso compito di depistare.
Il giallo si basa quasi interamente sugli atti processuali, a parte il finale con la confessione della vedova carpita da una microspia: sì, perché quella del complotto è giusto un’ipotesi. Senza prove. Tanto che lo stesso Spadoni non torna dalla latitanza.