Le ragazze sono partite

di Gianni Perrotti

“Ventimila ogni mese, in contanti me li danno, e poi mangiata e dormita nella stessa casa del padrone”. Chi lo dice è Pietrina, diciotto anni, una delle tante ragazze sarde che negli anni del dopoguerra ha abbandonato il proprio paese alla ricerca di un lavoro che potesse dare un senso e una prospettiva al futuro. E anche un taglio alla miseria, alla fame, all’ignoranza che hanno oppresso, a cavallo degli anni 50 e 60, numerosissime comunità dell’interno della Sardegna. Pietrina è una delle protagoniste dell’ultima libro di Giacomo Mameli che in questa opera narrativa ha messo insieme una collana di perle fatta di personaggi, avvenimenti, situazioni che hanno animato un affresco, amaro e spesso drammatico, di storie al limite del credibile. “Le ragazze sono partite” è il titolo del libro che mi pare riduttivo definire romanzo, perché potrebbe essere un’inchiesta giornalistica (anche se è chiaro che non lo è e non voleva esserlo), o un improbabile trattato di storia (ma non lo è, per fortuna, perché estraneo al rigore della ricerca della verità oggettiva degli avvenimenti).

Non sono un critico letterario e non rischio altre ipotesi, ma ho vissuto con Giacomo Mameli esperienze professionali comuni che mi consentono di formulare un’ipotesi. E per meglio definire “Le ragazze sono partite” ho dovuto scavare un po’ nella memoria e ricordare Mameli redattore dell’Unione Sarda e le sue “incursioni” nei paesi dell’interno. Il rientro in redazione era spesso punteggiato dai racconti di incontri ravvicinati con personaggi non sempre (anzi, quasi mai) in confidenza con la lingua italiana e vittime di clamorose scivolate grammaticali e lessicali. Ecco, la memoria di queste esperienze vissute sul campo possono fornire una chiave di lettura del libro di Mameli che, oltre a ogni altra considerazione e valore, assume a mio parere un’importanza notevole sul piano linguistico. Le vicende umane raccolte durante i servizi da inviato venivano raccontate ai lettori cercando di mantenere integre le frasi dei protagonisti costruite secondo una struttura più vicina al sardo che non all’italiano. Un modo più diretto per farsi capire e per trasferire con immediatezza l’ambiente in cui la vicenda si era sviluppata. Era un modo di fare cronaca (condiviso da pochi altri colleghi) che aveva dato frutti positivi in termini di diffusione e di consensi.

Tutto bene, quindi, fintanto che si rimane nel giornalismo. Il tutto diventa più complesso quando si affronta la narrazione. Eppure il tema non è nuovo ed è stato considerato da numerosi scrittori; gli esempi possono essere illustri e recenti: Sergio Atzeni, Andrea Camilleri tanto per citare due nomi noti. Anche se Camilleri compie un’operazione per certi versi più semplice, scrivendo direttamente in dialetto siciliano (per sua ammissione “idealizzato”) intere frasi o singole parole, in Sergio Atzeni si può ipotizzare il tentativo di costruire una lingua nuova, sfruttando lessico, parole e struttura con radici profonde nel sardo. Tentativo che ha avuto una sintesi perfetta in “Bellas Mariposas”. Giacomo Mameli, invece, mi pare abbia compiuto un’altra operazione: ha identificato una lingua esistente, ma ignorata o dimenticata, e l’abbia semplicemente riportata alla luce e nobilitata facendola diventare, essa stessa, protagonista del racconto. La frase riportata all’inizio (“Ventimila ogni mese, in contanti me li danno, e poi mangiata e dormita nella stessa casa del padrone”) è una delle tante che illuminano il firmamento linguistico delle ragazze raccontate da Mameli e che ci coinvolgono nei sentimenti perché sentiamo quelle ragazze, quelle “serve”, vicine a noi. Sono le ragazze, alcune bambine, della porta accanto, del paese vicino che in quegli anni si incontravano per strada, alla fonte, nella bottega di alimentari. Volti che ricordavano le famiglie d’appartenenza, i padri, i fratelli e i fidanzati. Quel modo di esprimersi apparteneva a un mondo che Giacomo Mameli ha vissuto e ha voluto raccontare affinché si mantenga viva la memoria della Sardegna di quelle ragazze, delle loro famiglie, delle loro sofferenze, del loro sacrificio, delle loro gioie e soprattutto del loro grande contributo alla ripresa di una vita normale dopo gli anni difficili del dopoguerra, quando il “miracolo economico” non aveva ancora raggiunto la Sardegna.

“Le ragazze sono partite” pone, a mio giudizio, un punto fermo nel panorama della letteratura made in Sardinia. Chi si metterà davanti a una tastiera per iniziare la fantastica avventura dello scrivere non potrà non confrontarsi con il linguaggio che narra le piccole, grandi storie di queste giovani sarde che si dispersero nel mondo per sopravvivere.