Nei versi di Angioni il tempo che segna la vita di un popolo

La Nuova Sardegna, 3 marzo 2009
di Antoni Arca
“Tempus”, versi in sardo: nel primo libro di poesia dello scrittore la musicalità della lingua si unisce al felice estro del racconto

«Tempus» (Cuec, 112 pagine, 11 euro) è il titolo del nuovo libro di Giulio Angioni. Tempo. Un tempo che è Storia, un tempo che è Avvenire, un tempo che è presente, senza maiuscole, perché è quello che è. La sommatoria delle nostre ambizioni realizzate o meno con i nostri ricordi, in un Tempus conclusivo, perché il domani non è più nostro.
Il Tempus spesso è cattivo, perché ci fa da specchio, e non sempre l’immagine riflessa ci piace. Giulio Angioni, classe 1939, di tempo se n’è lasciato molto alle spalle. Perché questo registra l’anagrafe, perché questo testimoniano i suoi scritti. Da antropologo ha saputo leggere e interpretare il proprio tempo e, forse di più e meglio, il tempo storico della Sardegna rurale tra Otto e Novecento e, soprattutto, la Sardegna del secondo dopoguerra. Da romanziere, fra i più rispettati della letteratura italiana degli ultimi trent’anni, ha saputo raccontare di un’Italia metropolitana che ancora non ha chiuso i conti con le proprie radici culturali. Quelle rurali: per molti adulti il paese è ancora il luogo dell’anima, per i giovani è solo il luogo dove perdere il tempo. Quelle storiche: le conseguenze della Riforma anche in un’isola cattolica come la Sardegna; le conseguenze della prima e della seconda guerra mondiale su quelle terre che hanno dato uomini agli eserciti, ma non sono state teatro di battaglia; gli effetti delle scelte statali sulle periferie.
Da uomo, da intellettuale, da sardo Angioni ha deciso che era tempo di tornare a esporsi a favore di quel solo elemento che, realmente, testimonia l’appartenenza ad un’identità sociale: la lingua. Ha deciso che non bastava più essere presidente o membro di giurie letterarie di premi «in limba», che non bastava più scrivere su giornali e libri pro e contro i tentativi di unificazione della lingua sarda, ma che era tempo di usarla, per dimostrare un fatto semplice: scrivere in sardo è facile, scrivere un racconto è ugualmente facile (il suo «Arricheteddu» è del 1978), scrivere un romanzo è invece difficile, perché – spiegava Angioni agli studenti di Giuseppe Marci nel 1991 – «scrivere in sardo comporta pagare dei prezzi che io personalmente, oggi, non mi sento di pagare, non tanto per il numero dei lettori (la qual cosa sarebbe già importante) quanto per il fatto che non esiste per i sardi, purtroppo (e penso che abbiamo perso anche questo treno), non esiste una forma letteraria scritta del sardo che sia disponibile, per lo scrittore e per il lettore».
Quasi vent’anni dopo, secondo Angioni i problemi legati al sardo inteso come lingua d’uso sociale e d’uso letterario non sono mutati. Da antropologo ha anzi lavorato per «mantenere» le distanze. «Perché usa il termine “limba”? Siamo a Cagliari, qui si dice “lingua”», rispondeva ironicamente burbero agli studenti (cfr. Giuseppe Marci, «Romanzieri sardi contemporanei», Cuec 1991). E, per un antropologo, non potrebbe essere diverso: registrare l’esistente senza modificarlo; perché l’antropologo è sempre alieno alle popolazioni che studia. Ma il letterato no, l’intellettuale no. Sono interni alle società in cui operano, talvolta, gramscianamente, ne sono perfino organici. Allora l’intellettuale-artista Angioni si fa organico di una sardità certamente integrata nel contesto italiano, ma che non rinuncia alla ricchezza-bellezza delle proprie contraddizioni. Condividerne il pensiero non è obbligatorio, valutarne la portata politico-artistica invece sì.
È quindi arrivato il tempo di mettere le carte in tavola. Giulio Angioni, per lunghi anni, ha covato l’intenzione di scrivere un romanzo in sardo; nei primi anni ’90 c’era quasi riuscito offrendo un originale ad un editore nuorese, perché ne approntasse l’edizione in sardo. Al 90 per cento sarebbe stata una traduzione, ma simbolicamente sarebbe stata una tappa fondamentale nella brevissima storia della narrativa pubblicata in lingua sarda. Ha proseguito perciò in proprio (quando e se volesse saremmo felici di leggere gli abbozzi, i tentativi e, chissà, opere intere in limba, pardon, «lingua»); ha proseguito consapevole dei propri limiti linguistici. Non c’è niente di male a riconoscerlo; citiamo ad esempio i due maggiori scrittori catalani della Barcellona degli anni ’90, Manuel Vázquez Montalbán e Eduardo Mendoza, i quali hanno più volte dichiarato di non scrivere romanzi in catalano per puri limiti di lingua scritta: cresciuti sotto il franchismo non poterono studiare altro che il castigliano e Mendoza crebbe con l’inglese come seconda lingua. Ma non hanno chiuso con la lingua madre: Vázquez Montalbán ha scritto poesie e saggi in catalano, e Mendoza opere teatrali.
Alla fine del 2008, trent’anni dopo «Arricheteddu», Giulio Angioni chiude il cerchio offrendoci il suo romanzo in «lingua», cioè nel sardo della gente tra Guasila e Cagliari, e lo intitola «Tempus». Ma Giulio Angioni è molte cose in una persona sola, antropologo, intellettuale, romanziere, insegnante e non sa dire le bugie, quel romanzo in lingua sarda lui l’ha davvero scritto, e c’è tutto, con quel tanto di autobiografia, di racconto storico, di avventura, emozione, passionalità, rabbia e racconto di formazione che ogni buon romanzo riuscito deve avere, ma non ha saputo (o voluto) trovare le giuste strutture linguistiche per dirlo; del suo sardo (del nostro sardo), Giulio Angioni ha saputo (o voluto) conservare e mostrare «solo» la bellezza del ritmo e la grande cantabilità.
«Tempus», primo romanzo in sardo di Giulio Angioni, non è in prosa ma in versi. Un limite? Forse. Ma preferisco pensarlo come un omaggio dell’antropologo ai romanzi in rima dell’Ottocento sardo.
Adesso dovrei cominciare a dire della bellezza dei versi di Giulio Angioni, e non avrei nessuna difficoltà a farlo, perché a tratti sono davvero bellissimi e costante vi è il suono cantato del sardo del sud. Ma non amo raccontare le trame e detesto che mi spieghino le poesie.
Ai lettori di «Tempus», mi sento solo di dare un consiglio: non leggete subito la versione italiana in coda al libro. Prima assaporate la coinvolgente lingua sarda di Giulio Angioni.