Storia delle miniere. Quando l’Iglesiente era il Klondike sardo

da La Nuova Sardegna, 18 novembre 2008

di Manlio Brigaglia

Nella seconda metà dell’Ottocento il prorompente sviluppo dell’industria mineraria aveva trasformato Iglesias in una sorta di Klondike sardo. La corsa ai minerali piombo-zinciferi aveva mutato il piccolo, quieto borgo ricco di memorie medioevali in un supermarket della speculazione capitalistica, come la conosceva in tutta Europa (e nelle sue periferie) l’irresistibile ascesa della borghesia rampante. Chi lavorava nelle miniere era guardato con invidia: «Minatori, dottoi», «minatore, dottore», dicevano nei paesi vicini. La cittadina che era stata regno del conte Ugolino era così affollata di tecnici stranieri che la chiamavano Inglesias. E se non inglesi, erano francesi e belgi (ma anche italiani di Genova o di Torino) i potenti imprenditori che avevano individuato quell’appetitoso campo da sfruttare. Italiani e anche sardi, anzi un sardo atipico, giornalista, deputato e finanziere, come fu Giovanni Antonio Sanna, che dalla miniera di Montevecchio (a lungo disputata al nipote di un altro famoso democratico come lui, Francesco Domenico Guerrazzi) ricavava guadagni annui di milioni. L’Iglesiente era la terra promessa per chi otteneva la concessione del sottosuolo. Presto si aggiunse anche il Sulcis, che però avrebbe conosciuto il suo momento d’oro alcuni decenni più tardi, quando la politica autarchica del fascismo avrebbe esaltato la presenza del carbone nel suo territorio e fondato Carbonia nel dicembre del 1938. La storia delle miniere è parte integrante della storia economica, sociale e politica della Sardegna negli ultimi centocinquant’anni: dalla metà dell’Ottocento a quegli anni 1963 e 1974 che hanno visto concludersi la loro vicenda, spesso drammatica e anche tragica (i morti di Buggerru, le vittime delle proteste del maggio 1906 nei villaggi minerari, i caduti del maggio 1920 nelle strade di Iglesias). A questa storia ha dedicato il suo libro più recente Sandro Ruju, lo studioso sassarese cui la storia dell’industria in Sardegna deve una serie di contributi fondamentali: da «Via delle Conce», che racconta le vicende dell’industria del cuoio in Sardegna, a «Il peso del sughero», sullo sviluppo di un’industria tipicamente gallurese, a «La parabola della petrolchimica», pubblicata solo qualche anno fa nella collana curata dalla Fondazione Segni. Ruju si è specializzato nella storia orale, un filone del lavoro storiografico che privilegia, accanto alla ricostruzione scrupolosa e fortemente documentata degli eventi, le testimonianze «di quelli che c’erano», che quegli eventi li hanno vissuti in presa diretta e spesso scontati sulla propria pelle. L’operazione è ripetuta in questo «I mondi minerari in Sardegna (1860-1960)» (Editrice Cuec, Cagliari, 318 pagine, 15 euro), in cui dieci testimonianze orali arricchiscono due grandi capitoli di forte sintesi: il primo che riassume un secolo di storia mineraria isolana, il secondo che si china a indagare da vicino la storia di quello speciale «borgo-miniera» che è stato l’Argentiera. Attenzione: «i mondi», dice il titolo del libro, non «il mondo». Il plurale corrisponde alla pluralità di caratteri e di vicende che caratterizzano la storia delle decine di centri minerari dell’isola. Vicende differenti sotto diversi punti di vista, ognuna dunque con sue caratteristiche specifiche, ma anche accomunate, anzi meglio dire coagulate, intorno ad alcuni temi centrali della esistenza stessa delle miniere e dei minatori. Sono i temi che tornano, poi, in ciascuna delle testimonianze orali per bocca di protagonisti d’eccezione come Pietro Cocco, mitico sindaco di Carbonia, inesausto militante antifascista, come Daverio Giovannetti, indimenticato capo del sindacalismo minerario, come Giuseppe Dalmasso, per lunghi anni direttore della Confindustria sassarese, come Salvatore Fiori, diventato famoso negli anni 1946-1948 prima, da cappellano, come guida (cattolica) degli operai di Ingurtosu e poi come parroco (democristiano) dell’Argentiera, impegnato in ruggenti contraddittori nei comizi di piazza di mezza Sardegna. Temi che tornano, si diceva: innanzitutto la rappresentazione del lavoro minerario come una delle forme più feroci dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo attraverso il meccanismo del sistema Bedaux, una sorta di cottimo («ma diverso dal cottimo», come dice uno dei testimoni) introdotto per la prima volta nel 1929 nella miniera di San Giovanni, esteso a tutte le miniere sotto l’egida fascista soprattutto nella crisi della prima metà degli anni Trenta, ritornato alla grande con il ritorno della libertà, bersaglio di alcune delle più dure e tenaci lotte rivendicative del movimento sindacale. Subito dopo, fra questi temi, i grandi scioperi, soprattutto quello dei minatori di Carbonia, durato settantadue giorni, fra l’ottobre e il dicembre del 1948, e quello dei minatori del comparto metallifero, durato quarantacinque giorni all’inizio del 1949: terminato il primo con una risicata vittoria, il secondo con una sconfitta bruciante. In realtà, in quegli anni, l’evoluzione del mercato (e, come dire?, della topografia stessa del mercato di molte materie prime) avevano già aperto la crisi che, dopo gli ultimi sussulti sussulti di protesta dei primi anni Sessanta, avrebbe portato alla chiusura poco meno che generalizzata delle miniere sarde. Né l’azione della Regione poté andare oltre una affannata politica di salvataggi e qualche «beau geste», come la dichiarazione di «non gradimento» nei confronti di un dirigente della Pertusola (da parte dell’assessore al Lavoro, non di quello dell’Industria, come dice qualche testimone). Sandro Ruju si muove, nelle prime centocinquanta pagine di lucidissima sintesi, con la padronanza della materia che gli viene dai lunghi anni di frequentazione della storia delle relazioni industriali (penso in particolare ai libri che ha dedicato alla storia della Sir) e delle diverse industrie sarde. Nei primi due capitoli ci sono tutte le cifre, i calcoli, i grafici, le date e i dati che servono per farsi un’idea chiara di quello che è accaduto: poi la voce dei testimoni porta nel racconto l’odore della polvere silicotica, la disperazione d’un lavoro che sembra schiacciare l’uomo a terra (anzi, sotto la terra), l’esaltazione e i sacrifici per rivendicare il proprio orgoglio di lavoratori, le immagini di adulti, di giovani e donne chiamati sulla ribalta della storia sarda sull’orizzonte delle colline, delle piane e delle spiagge più sperdute dell’isola.