Una passeggiata fino a Santiago alla ricerca di sé

da L’Unione Sarda, 9 marzo 2009
di Giuseppe Marci

Itinerario della mente tra l’Isola e la Spagna con le poesie di Lorca e i Vangeli

putzolu1È un libro inconsueto, quello che Giuseppe Putzolu ha scritto per raccontare la storia del suo personale tragitto, di un lungo cammino compiuto sui sentieri e le strade della Sardegna e della Spagna: un itinerario della mente alla ricerca di sé. Si intitola Il viandante (Cuec, 2009, pp. 238, € 15) e si articola in due capitoli: il primo, Trinità d’Agultu, costituisce una sorta di necessaria e breve premessa al secondo, Santiago de Compostela, nel quale si narra del faticoso pellegrinaggio da Saint Jean Pied de Port fino a San Giacomo di Compostella. 850 chilometri a piedi. Perché? È arduo dare una risposta nella sintesi di una recensione, se anche l’autore ha avuto qualche difficoltà a spiegarlo e ha sentito la necessità di aggiungere una Nota conclusiva nella quale fornisce al lettore ulteriori elementi di chiarificazione. Scopriamo così che Giuseppe Putzolu, classe 1935, funzionario in pensione, politico che ha ricoperto incarichi istituzionali, amante della lettura e della scrittura, in un momento difficile della sua vita ha consultato uno psicologo dal quale ha ricevuto questo consiglio: “Ti senti troppe responsabilità addosso. Ti senti responsabile di tutto. Manda al diavolo un po’ di cose. E vattene a fare una lunga passeggiata”.
Indicazione perfino troppo scontata che il protagonista della storia interpreta a modo suo, non tanto perché la “passeggiata” assume le dimensioni che abbiamo detto, quanto e piuttosto perché mentre percorre la “ruta jacobea” non manda al diavolo niente, anzi si fa carico di un problema di non piccolo peso: quello della spiritualità e della fede religiosa. Sarebbe già molto, ma c’è un di più che cogliamo nell’intenso dialogo in cui il nostro pellegrino, dopo aver chiarito di non essere cattolico, afferma: “Io sto dalla parte dei minatori rivoluzionari. Dalla parte di Dolores Ibarruri”. Al che il suo interlocutore domanda: “Perché fai il pellegrinaggio, tu? Ragioni da comunista”.
Qui sta il punto intorno al quale la narrazione si incentra; fin dalle battute iniziali, da quel primo capitolo che si apre e si chiude nel nome della madre, “una donna strana, come mamma”, a cui dobbiamo la domanda essenziale: “Cosa ci andrai a fare in questo posto desolato senza alberi?”. Lo stesso interrogativo ritorna nelle parole del prete che, a sua volta, domanda: “Cosa ci vai a fare, non puoi sgranchirtele qui le gambe?”.
Il problema è che nella vita di un uomo, quando la vecchiaia incalza e le spiegazioni razionali sulle quali si è regolata l’esistenza non appaiono compiutamente persuasive, allora può farsi strada l’esigenza di “vivere nuove sensazioni”. È il momento in cui il pellegrino, affardellato lo zaino nel quale debbono trovare posto, come coabitano nella mente e nel cuore, le “poesie di García Lorca” e “i Vangeli di Marco e Matteo versione Cei, pubblicati dall’Unità”, sente il bisogno di lasciare la casa e la famiglia e di andarsene “per terras ajenas”.
Il fascino del racconto consiste nel fatto che il “cammino” di Putzolu si sviluppa non nei sentieri tracciati dagli amanti del trekking né in quelli battuti da chi ha una certezza religiosa ma lungo un crinale che si percorre fra dubbi, incertezze e l’inquietante percezione di sé come “straniero”, “alieno”, solitario camminatore alla ricerca del proprio destino.